mercoledì 17 settembre 2014

IL SALVADANAIO DEL MISSIONARIO....

Arriva un graditissimo messaggio sul social che mi avverte dell'organizzazione di una cena di quelli del 1959 e io già confermo l'adesione senza manco sapere la data sicura. E' più forte di me, se "loro" chiamano, io rispondo, perché l'affetto che ci lega è una cosa che va al di là di ogni normale spiegazione, perché io fisicamente abito qui da millemila anni, ma bene o male  sono rimasta in contatto con  quello che è stato il luogo che ha rappresentato  per me la mitica l'età dell'oro...
Siamo arrivati al punto che, quando ci si rivede, si parla di esperienze trascorse, di figli, di lavoro, di lutti e di malattie, ognuno ha avuto la sua buona dose di dolori e la sua piccola parte di gioie, ma è una festa rivedersi, e io ormai, che ho fatto pace con il ricordo che mi ha aspettato per tanti anni fra le mura "carginelle", quando arrivo mi ritaglio un momento solitario per ripercorrere strade, paesaggi e ricordi. Non è facile far capire il perché di questo amore sviscerato per un paesello che in fondo mi dovrebbe essere poco, in quanto io ci ho abitato fino agli 11 anni, ma non essendo stata una libera scelta, andarsene da lì è stato come sentirsi tirare via cercando di tagliare le radici, che troppo profonde,  non  si sono fatte tagliare del tutto, così la pianta ha attecchito "di qua" ma sempre rivolta verso altri luoghi e sempre con questa sorta di rancore sopito.
Questa volta il mio desiderio era quello di rivedere il convento delle suore dell'Addolorata.  Da piccola ho passato tanto tempo lì, fra quelle fresche mura, il chiostro, Suor Severina che era la mia insegnante di pianoforte, Suor Benedetta che era la mia preferita, e  tante altre, ognuna con la sua caratteristica, suor Udilia, per esempio con questo nome inusuale per noi, oppure la vecchissima suora cieca che non si muoveva quasi più ma che aveva conosciuto Maria Goretti e noi la guardavamo con la stessa curiosità con cui si guarda un monumento antico.
Giustamente, mio marito mi aveva consigliato di presentarmi con le MIE foto di allora, perché ormai siamo in un'epoca che non ci fidiamo manco della nostra immagine riflessa sullo specchio, vai a sapere chi è 'sta tizia che suona e vuole visitare il convento e a che titolo, boh!
Comunque, è andata. C'è sempre questa emozione fortissima quando ripercorro le strade di Potenza Picena, ancor di più questa volta, dove, vinto l'imbarazzo di spiegare perché  volevo rivedere il convento, ho trovato una signora gentilissima che mi ha accompagnato in lungo e in largo, spiegandomi i cambiamenti che sono stati apportati nel corso degli anni  sia nel convento che nella piccola cappella interna. Ma come faccio a descrivervi a parole  quel profumo fra cera d'api e detersivo, che aleggiava  allora e tutt'ora c'è? E l'emozione di rivedere il pianoforte dove ho studiato? Ma il colpo di grazia me l'ha dato il salvadanaio. La piccola scultura che rappresenta con la più classifica delle iconografie, un nero che più nero non si può a braccia incrociate sul petto,  sotto la mano del sacerdote benedicente che più bianco più bianco non si può. La scultura aveva una particolarità che mi incantava da piccola, inserendo un soldino nella fessura, la testa dell'indigeno si inchinava, quasi a ringraziamento dell'obolo inserito.  Sono rimasta in piedi davanti ai due soggetti del salvadanaio e ho pensato  in un velocissimo flash  a tutta la mia vita, al matrimonio, ai quattro figli  a tutte le mie esperienze, ai viaggi all'estero  a quanto sono cambiata, a quanto il mondo è cambiato.... il tutto per ritrovarsi a distanza di lustri, non più con le trecce e i calzettoni corti ma ormai   donna-matura-quasi-andata davanti ad un piccolo salvadanaio che è stato per me il primo contatto con "lo straniero", il "diverso". Ho realizzato che la mia passione per le lingue forse è nata anche da li, nei lunghi pomeriggi dove in mancanza del soldino per far chinare la testa  al "nerino", accarezzavo con un dito i contorni delle figure e lasciavo la mia mente volare...
 

Once I was happy.....

Descrivere si può, tradurre è più complesso. Posso descrivere un avvenimento, un paesaggio, usando le parole come pennelli su una tavoloz...